Con l’uscita del nuovo film di Spider-Man, Tom Holland torna ancora una volta al centro dell’attenzione. Negli ultimi anni, però, a far parlare non sono stati soltanto i suoi successi sul grande schermo, ma anche alcune dichiarazioni personali sulla dislessia, diagnosticata durante l’infanzia, e sull’ADHD.
Il loro valore va ben oltre la curiosità per la vita di una celebrità. Le esperienze raccontate dall’attore offrono infatti un’occasione per riflettere su due condizioni del neurosviluppo che continuano a essere circondate da stereotipi e semplificazioni.
ADHD e dislessia accompagnano la persona per tutto l’arco della vita. Ciò che cambia, nel tempo, non è la loro presenza, ma il modo in cui si manifestano e le strategie che ciascuno costruisce per affrontare le richieste dell’ambiente. Eppure, quando se ne parla, il dibattito resta spesso ancorato all’infanzia o a immagini poco aderenti alla realtà.
Quando “avere carta bianca” non è liberatorio
Tra le dichiarazioni più interessanti di Tom Holland ce n’è una che, a prima vista, può sembrare controintuitiva. L’attore ha raccontato che trovarsi davanti a una “pagina bianca”, quando un personaggio deve ancora prendere forma e le possibilità sembrano infinite, può risultare intimidatorio.
Siamo abituati ad associare l’ADHD a una creatività inesauribile. Ma avere molte idee non significa necessariamente riuscire a trasformarle in un punto di partenza.
Entrano in gioco le funzioni esecutive: quell’insieme di processi cognitivi che permettono di pianificare, organizzare, stabilire priorità, prendere decisioni e passare dall’intenzione all’azione. Quando le opzioni sono tante e manca una struttura di riferimento, scegliere da dove iniziare può richiedere uno sforzo cognitivo significativo.
Dall’esterno questa difficoltà viene spesso interpretata come indecisione, procrastinazione o scarsa motivazione. In realtà, può riflettere un funzionamento diverso delle funzioni esecutive, che richiede strategie differenti e contesti più favorevoli.
Le parole di Holland ricordano che la creatività e la difficoltà nell’avviare un compito non sono in contraddizione: possono convivere nella stessa persona.
La dislessia non riguarda solo la lettura
Anche sulla dislessia continuano a circolare idee piuttosto riduttive.
Nell’immaginario comune viene ancora associata quasi esclusivamente alla lettura lenta. In realtà, può coinvolgere aspetti diversi, come la correttezza ortografica, la rapidità nella decodifica del testo, la scrittura e la lettura ad alta voce, soprattutto quando il tempo è limitato o la situazione è particolarmente stressante.
Tom Holland ha raccontato che l’ortografia è sempre stata uno degli aspetti più impegnativi e che leggere davanti a un pubblico rappresenta ancora oggi una sfida. È anche per questo che ha spiegato di aver rinunciato più volte alla conduzione di Saturday Night Live, un programma in cui battute e copioni vengono spesso modificati fino a pochi istanti prima della diretta, lasciando pochissimo tempo per prepararsi.
La sua scelta mette in luce un principio importante: conoscere il proprio funzionamento non significa rinunciare alle opportunità, ma riconoscere quali contesti richiedono strategie diverse e quali permettono di esprimere al meglio le proprie competenze.
La neurodivergenza non finisce con la scuola
Quando si parla di ADHD o dislessia, il dibattito resta spesso confinato all’infanzia.
Si parla di scuola, di compiti, di verifiche e di diagnosi precoci. Molto meno spazio viene dedicato a ciò che accade dopo.
Eppure, crescere non significa smettere di essere neurodivergenti.
Con il passare degli anni cambiano le richieste dell’ambiente, i ruoli, le responsabilità e gli strumenti a disposizione. Cambiano anche le strategie che ciascuna persona costruisce per affrontare le proprie difficoltà. Alcune sfide possono diventare meno evidenti, altre emergere proprio in età adulta, quando aumentano l’autonomia e la complessità delle richieste quotidiane.
Essere un attore di successo non significa smettere di avere difficoltà nella lettura ad alta voce. Così come lavorare in un ambiente altamente creativo non elimina automaticamente le sfide legate all’organizzazione, alla pianificazione o all’avvio di un compito.
La differenza, spesso, non sta nell’assenza delle difficoltà, ma nella possibilità di comprenderle, sviluppare strategie efficaci e lavorare in contesti che sappiano valorizzare le proprie risorse.
Il ruolo dell’ambiente
Nelle interviste dedicate alla sua storia personale, Holland ha ricordato anche il sostegno ricevuto dalla famiglia dopo la diagnosi di dislessia, arrivata quando aveva sette anni.
Ha raccontato di essere cresciuto con un messaggio semplice ma significativo: l’obiettivo non era essere perfetto, ma impegnarsi, chiedere aiuto quando necessario e trovare il modo di affrontare le difficoltà.
È un aspetto che merita attenzione.
Le ricerche mostrano da tempo che un ambiente capace di comprendere le caratteristiche neurodivergenti favorisce lo sviluppo dell’autostima, della motivazione e di strategie efficaci. Non elimina le difficoltà, ma può influenzare profondamente il modo in cui una persona impara a conoscerle e a gestirle.
Oltre il personaggio
Quando una persona famosa parla della propria esperienza con ADHD o dislessia, il rischio è sempre lo stesso: trasformare la sua storia in un modello da imitare oppure in un’eccezione da celebrare.
Il valore della testimonianza di Tom Holland, invece, sta proprio nel fatto che evita entrambe queste narrazioni.
Non racconta una storia di limiti da superare, ma nemmeno quella di un presunto “superpotere”. Racconta una persona che conosce il proprio funzionamento, riconosce ciò che continua a richiedere più impegno e ha imparato a costruire strategie per affrontarlo.
È una prospettiva preziosa perché ci ricorda che una diagnosi non descrive una persona, ma alcune caratteristiche del suo funzionamento. ADHD e dislessia non seguono un copione, non si manifestano allo stesso modo in tutti e non definiscono il valore o le capacità di chi ne fa esperienza.
Forse è proprio questa la riflessione più importante che emerge dalle parole dell’attore. Non che chi ha ADHD o dislessia possa diventare una star del cinema, ma che la neurodivergenza meriti di essere raccontata con maggiore precisione, senza ridurla né a un limite assoluto né a un talento straordinario.
Comprenderla significa, prima di tutto, imparare a guardare oltre gli stereotipi. Perché è proprio lì, nella complessità delle persone e delle loro esperienze, che può nascere una cultura davvero più inclusiva e consapevole.

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